Sempre più le donne cominciano a chiedere la propria placenta o il diritto a effetuare il Lotus Birth per il loro bambino. Qui potete scaricare il parere legale di due studi legali che dimostrano come, secondo la normativa vigente, la placenta appartenga di fatto alla donna.
Inoltre troverete il fac-simile del modulo per richiedere la vostra placenta all'ospedale.
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Dalla maternità tutelata alla creatività produttiva
Di Rossella Minocchi. Ostetrica
la società che protegge la donna e la maternità
è una società che investe
in un futuro migliore per tutti
La maternità rappresenta l’aspetto più ricco ma anche più ambivalente del vissuto femminile: è l’esperienza attraverso la quale le donne sono state, per lungo tempo, espropriate della loro autonomia, della capacità di autodeterminarsi, ma è anche vero che, se vissuta con consapevolezza, autodirezionalità e responsabilità, può ritenersi l’“esperienza distintiva ma non esclusiva del proprio genere, pezzo, quindi, fondante la propria identità di persona di genere femminile” ( Di Cristofaro Longo).
Adrienne Rich, nel suo “Nato di donna”, mette sotto accusa, non la maternità come evento biologico, con le sue ricche potenzialità psicoaffettive, ma la maternità come istituzione, cioÈ come costruzione sociale e culturale, che ha “ limitato e degradato il potenziale femminile “che ha alienato la donna dal suo corpo incarcerandola in esso”.
Nonostante molte cose siano cambiate in questi ultimi decenni,la conflittualità è sempre molto marcata tra il vissuto personale della donna in gravidanza, la sua intima esperienza, e il rapporto con la società di appartenenza, usando questo termine in senso lato e cioÈ intendendo le scelte politiche, gli stili di vita, gli assetti organizzativi ai vari livelli, l’articolarsi dei segmenti di tempo tra loro (tempo obbligato, tempo libero, tempo degli spostamenti), la conciliazione del proprio impiego con il lavoro di cura dei figli e degli anziani.
La condizione femminile in Italia
In quale situazione si trovano le donne o meglio, in quale situazione ci troviamo noi donne, tutte, madri e non, lavoratrici e non, oggi, in Italia?
Avendo avuto la possibilità di approfondire la questione con dati e numeri, direi che nel nostro paese la situazione è preoccupante. Da diversi anni ormai il nostro paese cresce poco, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista demografico e questi due fenomeni sono strettamente legati tra loro, attraverso la figura femminile che fa da cerniera.
Maurizio Ferrera, docente di teoria e politiche dello stato sociale all’Università degli Studi di Milano, individua tre problemi all’interno del modello economico e sociale italiano di cui si parla poco e su cui,invece, è urgente intervenire:
1) troppe donne non occupate nel mondo del lavoro:
2) troppe culle vuote,
3) troppi bambini poveri.
Secondo Ferrera la chiave risolutiva di tutto È la donna, nel senso che il lavoro femminile va considerato una grande risorsa produttiva che potrebbe essere utilizzata per rilanciare l’economia del nostro paese.
Le italiane sono oltre 30 milioni, solo il 46,3 % di donne di età compresa tra i 15 e i 65 anni ha un’occupazione (mentre la media europea si attesta attorno al 58%), inoltre il 40% delle donne inattive dichiara che vorrebbe trovare un impiego. L’ingresso delle donne nel mercato del lavoro in misura consistente porterebbe due grandi vantaggi, innanzitutto un aumento del reddito delle famiglie, a cui consegue una loro maggiore capacità di consumo, di risparmio e di investimento oltre ad una maggior sicurezza rispetto al rischio di vulnerabilità economica in caso di imprevisti.
Il secondo vantaggio individuato da Ferrera consiste nel fatto che l’occupazione femminile crea altro lavoro, infatti alcuni studi affermano che,ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro, si possono creare altri 15 posti di lavoro. E’ evidente che una famiglia a doppio reddito “consuma” di più perché se lo può permettere e perché ha bisogno di aiuto avendo meno tempo a disposizione; quindi questa famiglia ha bisogno di delegare alcuni servizi che non può svolgere al suo interno: per esempio può aver bisogno di un asilo nido per i figli piccoli, di rivolgersi ad una lavanderia-stireria, di procurarsi dei pasti pronti, di assistenza per i propri anziani, di aiuto per le faccende domestiche.
Molte ricerche effettuate mostrano come le italiane
siano propense sia ad avere figli che a lavorare,
ma “quando si rendono conto che non possono avere entrambe le cose,
spesso rinunciano ai pargoli.
Una tragedia personale e una catastrofe per il Paese” (Gruber).
Mentre le grandi imprese, grazie alla globalizzazione, possono rivolgersi all’estero, dove la manodopera ha un costo minore, i servizi alle famiglie hanno il vincolo, vantaggioso, che devono essere prodotti vicino a chi li utilizza.
Un altro moltiplicatore economico, indotto dall’aumento dell’occupazione femminile, è il “consumo rosa”: se le donne sono titolari di un proprio reddito, una parte di questo esse lo spenderanno in beni e servizi per se stesse e per i propri figli: dai cosmetici alla moda, dalla palestra alla pizza nel fine settimana.
Ferrera afferma :ìL’aumento della partecipazione femminile deve diventare la priorità numero uno della nostra politica economica e sociale: “fiduciosi nei robusti effetti di stimolo e dinamizzazione che le donne possono generare a vantaggio del sistema economico e più in generale del modello sociale italiano.”
Un pregiudizio ancora molto diffuso, È che le donne stanno a casa perché accudiscono i figli: in realtà, con un tasso di 1,3 figli per donna fertile, la nostra popolazione sta invecchiando inesorabilmente, considerando che il livello minimo per assicurare la stabilità demografica è 2,1 figli per donna fertile.
Molte ricerche effettuate mostrano come le italiane siano propense sia ad avere figli che a lavorare, ma ìquando si rendono conto che non possono avere entrambe le cose, spesso rinunciano ai pargoli. Una tragedia personale e una catastrofe per il Paese” (Gruber).
Chiara Saraceno, ordinario di sociologia della famiglia a Torino, così fotografa la attuale tendenza demografica del nostro paese: “L’andamento demografico tende all’invecchiamento progressivo della popolazione e alla diminuzione delle nascite, all’aumento dell’età al matrimonio e al primo figlio, all’aumento dell’instabilità coniugale con conseguente aumento delle famiglie monoparentali. Contemporaneamente però reggono le reti di relazioni parentali che sono consistenti e importanti sia in termini affettivi che di qualità della vita complessiva, nonchè per il flusso di aiuti economici e di cura all’interno delle relazioni tra generazioni”.
Part-time o flessibilità?
La nostra società è organizzata in maniera da rendere molto difficile e faticoso per le donne conciliare maternità e lavoro: i sociologi definiscono child penalty l’impatto negativo della presenza dei figli sulla continuità lavorativa femminile; se la donna non lavora l’accudimento dei figli non è un problema, ma la situazione economica familiare può essere precaria e l’espansione della famiglia rischia di aggravare il bilancio familiare; se la donna lavora la situazione economica è migliore, più stabile ma combinare le esigenze del lavoro con le esigenze familiari diventa un impegno molto faticoso che induce le donne a rinunciare all’esperienza della maternità dopo il primo figlio.
Del resto, come afferma Chiara Saraceno, le donne sono, in maniera sempre più vistosa, chiamate a colmare le lacune presenti nell’organizzazione sociale; le donne sono “il perno di una rete di relazione tra generazioni”: le adulte sono impegnate con i nipoti loro affidati, con gli aiuti economici ai figli non autosufficienti e alle famiglie dei figli sposati, con l’ assistenza ai propri genitori ormai anziani e magari non più autonomi, con la cura del proprio coniuge. Le giovani donne,spesso con alti livelli di istruzione, hanno lavori sempre più precarizzati, maternità sempre più posticipate, difficoltà con i compagni che, per lo più, non sono abituati alla condivisione delle responsabilità di cura (di figli e genitori non più autosufficienti). Secondo l’ISTAT ancora oggi, oltre il 77% del lavoro domestico è a carico della donna.
Una saggia e accorta politica di conciliazione è assolutamente necessaria per dare un input positivo all’economia e sbloccare la crisi demografica; secondo Ferrera “la via alta alla conciliazione passa non tanto dalla proliferazione di impieghi a tempo parziale (magari in un contesto di perdurante carenza di servizi), quanto dalla possibilità di modulare i tempi e gli orari di lavoro in base alle esigenze della famiglia. Questa è peraltro la soluzione indicata dalla strategia europea dell’occupazione”.
Potenziamento dei servizi e strategie di conciliazione, queste dovrebbero essere le politiche vincenti per convincere le donne ad avere più figli, tenendosi ben stretto il proprio lavoro, visto che le statistiche ci confermano che la percentuale dell’ 83% delle donne nubili impiegate nel mondo del lavoro si riduce al 51-53% delle donne coniugate con prole, nella stessa fascia d’età.
La povertà minorile
L’ultima problematica individuata da Ferrera nel nostro attuale modello sociale È quella della povertà minorile. Il fenomeno riguarda il 17% dei minori di 18 anni nella media nazionale: 6,4 % al nord, 10,9 % al centro e uno sconcertante 28,8% al sud.
Se letta in una in prospettiva dinamica, la drammaticità di questi dati esprime non solo il fatto che a questi bambini sono preclusi certi beni materiali, ma anche che avranno maggiori difficoltà nello sviluppo intellettivo ed emotivo, che più alto sarà il rischio di abbandono scolastico per loro, che avranno una vita caratterizzata, in generale, da senso di instabilità e precarietà; in generale per questi bambini È grande il rischio di non riuscire a lasciar emergere i propri talenti e le proprie abilità e anzi di vivere ai margini della società, facile preda di criminali senza scrupoli. “Quando colpisce già nella culla, la povertà può diventare una “carriera”, una trappola dalla quale non si riesce più a uscire” (Ferrera).
Diventano fondamentali i servizi per l’infanzia, non solo come strumento di conciliazione ma anche come mezzo per stimolare e valorizzare le capacità e le unicità dei singoli.
Il modello Ford e il modello Lego
Secondo Jane Jenson il welfare state dovrebbe passare dal modello Ford al modello Lego; il primo È organizzato attorno alla fabbrica e mette al centro il lavoratore maschio e tende a sopperire ai periodi di inattività lavorativa ( infortunio, malattia, disoccupazione, vecchiaia) con sussidi e indennità di vario genere. Il modello Lego invece È orientato sulla società nel suo complesso e mette al centro tutti gli individui, ma in modo particolare le donne e i bambini; il suo obiettivo È quello di sostenere i bisogni degli individui in tutto il loro ciclo di vita, con una particolare attenzione all’infanzia. Il modello Lego attribuisce grande importanza alle pari opportunità di genere, alla valorizzazione del ruolo economico delle donne, alle politiche di sostegno alle famiglie a doppio reddito e in particolare alle madri che lavorano.
L’Europa si È pronunciata recentemente affermando che: “La parità tra uomini e donne È un diritto fondamentale, un valore comune dell’U.E. e una condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi comunitari di crescita, occupazione e coesione sociale.” E ancora: “ Numerose donne hanno raggiunto i più alti livelli di istruzione, sono entrate nel mercato del lavoro e hanno svolto ruoli importanti nella vita pubblica. Tuttavia le diseguaglianze rimangono e possono aggravarsi, poichè l’incremento della concorrenza economica su scala mondiale richiede una forza lavoro più mobile e flessibile. Tali esigenze possono pregiudicare maggiormente le donne, spesso costrette a scegliere tra figli e carriera a causa della scarsa flessibilità degli orari di lavoro e dei servizi di custodia dei bambini, del persistere degli stereotipi di genere nonchè dell’ineguale carico di responsabilità familiari rispetto agli uomini.” (Comunicazione della commissione delle comunità europee).
Gli stereotipi di genere
Per completare il quadro della attuale condizione femminile in Italia non si può non fare cenno, seppure rapido, alla bassa rappresentanza politica e sindacale, alla bassa rappresentanza nei consigli d’amministrazione (secondo le statistiche le donne in Europa ottengono solo l’11% degli incarichi direttivi, percentuale che in Italia scende al 3%), alla drammatica ascesa dei casi di violenza sessuale ( secondo un’indagine Istat del 2006 quasi una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza nel corso della vita), alle discriminazioni di genere con cui ogni donna deve confrontarsi nel corso della propria vita.
Unendo questi elementi ad uno stato sociale assolutamente carente, alla perdurante miopia dei governi che si succedono, alla sconcertante persistenza di modelli femminili stereotipati assolutamente deleteri (la velina-valletta, la casalinga-mamma, la donna in carriera, generalmente odiosa e con una vita sentimentale disastrata), il quadro che ne esce È allarmante.
Il “familismo”
Le politiche sociali di sostegno alla famiglia, le politiche di conciliazione tra responsabilità familiari e lavoro remunerato sono scarse, insufficienti e, il più delle volte, il lavoro di cura e di relazione, pressochè esclusivamente femminile, diventa la risorsa preziosa e insostituibile che colma le lacune dello stato sociale. Infatti nel nostro paese si sta sempre più accentuando la funzione di “salvagente” svolta dalla famiglia, in quanto struttura che supplisce alle carenze delle politiche pubbliche. Questa tendenza viene definita “familismo” dai sociologi ed È una risoluzione tipicamente italiana; negli altri paesi europei esiste una politica di sostegno alle famiglie vera e propria che utilizza strumenti concreti come l’indennità di disoccupazione, assegni per i figli, borse di studio, indennità di maternità e cosÏ via.
Il familismo non incide sul bilancio dello stato e contemporaneamente riesce a sopperire ad una situazione di bisogno làdove essa si crea. Questo meccanismo di redistribuzione intrafamiliare e intergenerazionale è senz’altro positivo in quanto protegge dall’impoverimento e dall’esclusione sociale, proprio in virtù dell’appartenenza ad un gruppo familiare coeso, la sua ambiguità di base consiste però nel fatto che, lo stato sociale non sorregge la famiglia nello svolgimento delle sue funzioni, anzi delega ad essa la risposta a molti bisogni (C. Saraceno).
Non c’è bisogno di sottolineare ulteriormente che, al centro di queste reti di solidarietà intrafamiliare c’È la donna, che si fa carico di un aggravio di lavoro e di responsabilità socialmente ed economicamente efficaci.
Cosa si può fare?
E’ evidente che, se vogliamo continuare a considerarci una nazione civile e democratica sono altri gli strumenti con cui lo stato deve tutelare i propri cittadini.
Una seria politica dei servizi dovrebbe offrire un sostegno tangibile alle famiglie rivolgendosi prevalentemente alle donne e ai bambini, per esempio incentivando i congedi parentali, organizzando una rete di servizi flessibile e qualificata per bambini e anziani, modulando i tempi del lavoro retribuito in maniera più flessibile, promuovendo una vera cultura della condivisione delle responsabilità intrafamiliari, cioè una più equa e simmetrica spartizione di ruoli e compiti di cura all’interno della famiglia (Ferrera).
Le politiche di conciliazione non sono sufficienti ma devono essere affiancate necessariamente da una riorganizzazione di orari e tempi: il buon funzionamento di una famiglia in cui la donna-madre lavora fuori casa richiede tempi più flessibili che consentano l’articolarsi delle diverse attività, dei diversi segmenti di tempo: lavoro retribuito, lavori di casa, lavori di cura, attività di consumo, gestione dell’economia domestica, relazioni sociali, divertimento.
Le buone politiche
Il primo obiettivo di uno Stato dovrebbe essere la tutela dei propri cittadini in ogni fase del ciclo di vita, a maggior ragione dovrebbero essere protette le donne le quali a loro volta custodiscono e proteggono le future generazioni; la donna in gravidanza, l’abbiamo detto più volte, ha bisogno di essere nutrita d’amore dall’ambiente familiare, di essere rassicurata ma ha bisogno anche di tutele concrete, tangibili, che siano frutto di una politica sociale seria e accorta: una solida rete di sostegno circonda e protegge la donna in gravidanza e la neomamma, se intorno a lei c’è, non solo, un ambiente familiare sereno ed equilibrato ma anche un ambiente sociale equo, che dà la giusta visibilità e il giusto riconoscimento al ruolo materno, che spinge alla condivisione delle responsabilità da parte di entrambi i genitori, che permette alla madre di scegliere quando riprendere il lavoro in base alle esigenze familiari (senza dover sottostare a ricatti del datore di lavoro), sapendo di poter contare su servizi efficienti e qualificati cui affidare il proprio bambino. Uno stato sociale delegato totalmente alla famiglia e che grava quasi completamente sulle donne non fa altro che perpetuare dei circoli viziosi da cui È difficile uscire. Ovviamente non esiste una ricetta precostituita ma È assolutamente necessario elaborare un piano di “buone politiche”, come le definisce Ferrera, (cosa fare precisamente, con quali risorse economiche, con quale ordine di priorità, quali obiettivi perseguire), sulla base di accurate analisi, valutando anche quello che si sta facendo, già da tempo, negli altri paesi europei, cercando di trasformarle poi in azione politica vera e propria. Proprio l’esempio che viene dagli altri paesi europei deve convincere i nostri politici che la priorità È lo stato sociale, che È necessario promuovere un nuovo modello di welfare orientato al percorso di vita dell’individuo ma particolarmente attento alla protezione della maternità e dell’infanzia.
Ferrera conclude l’introduzione del suo splendido saggio con queste parole: oggi in Italia è il tempo di azioni per le donne: azioni per le donne: azioni politiche, per produrre buone politiche.
Non è troppo tardi e non è impossibile: c’è qualche leader, donna o uomo, che vuole provarci?
BIBLIOGRAFIA
C.Saraceno, Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia, Il Mulino, 2003
A. Rosina, C.Saraceno, Interferenze asimmetriche. Uno studio della discontinuità lavorativa femminile, Economia e Lavoro, 02/2008
M. Ferrera, Il fattore D. Perchè il lavoro delle donne farà crescere l’Italia, Mondadori, Milano 2008
L.Gruber, Streghe. La riscossa delle donne d’Italia, Rizzoli, Milano, 2008
Atti del convegno organizzato da Area Politiche femminili Direzione Pds, Roma 9-10 Gennaio 1992, Il tempo della maternità, Editori Riuniti, Roma, 1993
G. Di Cristofaro Longo, Codice Madre. Orientamenti, sentimenti e valori nella nuova cultura della maternità, Armando editore, Roma, 1992
A cura di, M. Dalla Costa, G.F. Dalla Costa, Donne e politiche del debito. Condizione e lavoro femminile nella crisi del debito internazionale,Franco Angeli, Milano, 1993
A. Rich, Nato di donna, Garzanti, 1977
J. Jenson, Social investment for new social risks: consequences of the LEGO paradigm for children”, in Children Changing families and welfare states, a cura di J.Lewis, London, Edwar Elgar Publishing, 2006
Comunicazione della Commissione delle Comunità europee al Consiglio, al Parlamento Europeo, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni, Una tabella di marcia per la parità tra donne e uomini, Bruxelles, 01-03-2006
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Di chi è la placenta? (PDF - 854kb)